Il mediatore e il principio della consapevolezza

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Mi ha particolarmente colpito un passaggio letto qualche tempo fa nel libro “La vera saggezza” di Osho:

Qualsiasi cosa tu pensavi fosse consapevolezza deve essere stata autocoscienza, coscienza dell’ego, non consapevolezza. Ora questa va diminuendo, ed è giusto, è così che dovrebbe essere. Sei proprio sulla strada giusta: la coscienza di sé andrà perduta; solo a quel punto nasce la vera consapevolezza. La coscienza di sé è una consapevolezza malata. Le persone sono autocoscienti. La differenza è molto sottile (quanto immensa*). Noi siamo seduti qui. Tu entri nell’auditorium. Puoi venire con consapevolezza; puoi venire con autocoscienza. Consapevolezza vuol dire che vieni con una luce interiore, che ti muovi pienamente allerta. Ogni passo viene fatto in uno stato di consapevolezza – il camminare, il venire, il sedere – tutto è fatto in piena consapevolezza. È bellissimo. È così che il Buddha cammina.

Ma quando sei autocosciente, non c’è alcuna luce all’interno. Sei solo cosciente delle altre persone; esse sono lì; di conseguenza ti fai piccolo. Cammini con sforzo e tensione perché gli altri sono presenti. Cosa diranno? Come lo diranno? Come reagiranno alla tua presenza? Quale sarà la loro opinione? È questo che succede. Puoi parlare bene, parli tutto il giorno, ma se improvvisamente ti trovi davanti a un microfono e devi rivolgerti a un pubblico di migliaia di persone, improvvisamente cominci a balbettare, a sudare… affiora un nervosismo, perdi il controllo. Cosa sta succedendo? Sei troppo cosciente di te. Sei troppo cosciente di quello che gli altri penseranno. L’autocoscienza è una condizione malata.  

Se sei consapevole, parli con consapevolezza. Ma la consapevolezza sorge dall’essere interiore. Fluisce dall’essere interiore verso gli altri. L’autocoscienza viene dagli occhi degli altri verso di te. È la paura degli altri. Consapevolezza e autoconsapevolezza sono due cose totalmente diverse. Perciò se la meditazione ti fa sentire che la tua consapevolezza sta diminuendo, vuol dire semplicemente che hai preso l’autocoscienza per consapevolezza. È giusto, lasciala andare. Non sarà una perdita; sarà solo perdere una malattia.
Presto, quando sarà andata, la tua energia sarà trasformata. La stessa energia sarà libertà dai confini dell’autocoscienza, ora si renderà disponibile. Sarai più sveglio.

 

Sveglio: la vita diventa armoniosa. Autocosciente: la vita diventa fonte di infelicità. Sveglio: realizzi il tuo essere. Autocosciente: continui a inseguire le opinioni degli altri, continui ad andare in cerca della loro approvazione. L’ego ha sempre paura degli altri, perché dipende dalle loro opinioni, da quello che dicono. Se dicono che sei bello, sei bello; se dicono che sei brutto, il tuo ego va in pezzi. Se dicono che sei buono, santo, sei buono e santo; se dicono che sei un peccatore, il tuo ego va in pezzi. La coscienza di sé, o autocoscienza è una grande tensione, c’è sempre paura: si dipende dalle opinioni degli altri.

 

E l’intera situazione è paradossale: gli altri hanno paura di te, tu hai paura di loro. Loro sono autocoscienti a causa tua, tu sei autocosciente a causa loro. A vicenda alimentate la vostra malattia. Una persona consapevole non ha bisogno del sé. Alla luce della consapevolezza la fiamma del sé scompare. Lei è semplicemente luce senza una fonte, luce che si muove e vive armoniosamente. Non è interessata a quello che gli altri dicono di lei. Che la vedano come un santo o un peccatore le è completamente indifferente. Sa chi è: lei è. E lo sa così totalmente che non ha bisogno di chiedere l’opinione altrui.

 

Il mediatore deve essere consapevole.

Una consapevolezza che lo porta ad esserci nella relazione, all’interno di quello specifico conflitto, portando il proprio essere interiore in maniera congruente e restituendo all’esterno esattamente ciò che è all’interno.

Rappresentando la sua esposizione a quella specifica emozione inscenata durante la danza emozionale, perché non la teme, perché è ormai svincolata dalle opinioni altrui e fortificata da una propria coscienza di sé.

Una consapevolezza grazie alla quale non si fa semplicemente attenzione, ma si è attenti riportando qualcosa che va oltre la mera capacità cognitiva dell’attenzione e che si amplifica in una dimensione più vasta e interiore che non è quella dell’autocoscienza, ma quella della coscienza che consente di muoversi, di camminare, di venire, di sedere, di stare.

Dr.ssa Guendalina Scozzafava

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