Il binomio inscindibile: reo e vittima

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Ritenuta da molti una branca della criminologia, la vittimologia, ha rispetto ad altre discipline una storia piuttosto breve. I primi studi infatti fiorirono a partire dagli anni quaranta. Nel 1948, ad esempio, H. Von Hentig scrisse un’opera dal titolo “The criminal and his victim”. Con Von Hentig l’attenzione, prevalentemente focalizzata fino a quel momento sull’autore del reato, sulle sue caratteristiche e sulla sua responsabilità, si concentrò invece sul carattere duale dell’interazione criminale: reo e vittima, un binomio inscindibile, una coppia di attori sociali, che non solo nella letteratura ma anche nella prassi quotidiana, meritano la medesima considerazione affinchè si possa intervenire in maniera adeguata nel percorso di recupero di entrambi.
La vittimologia ha quindi inevitabilmente il merito di aver fatto luce sull’interazione criminale mettendo in risalto la vittima, troppo a lungo lasciata nell’ombra. La disparità di trattamento tra rei e vittime è un problema noto. Gli autori di reato sono in grado di catalizzare l’attenzione dell’opinione pubblica e dei mass media, i quali si interessano alla vittima, per un breve lasso di tempo, di solito subito dopo il verificarsi del reato contribuendo ad intensificare la diffusione di sentimenti di curiosità, insensibilità e morbosità a discapito di chi, travolto da un vortice di emozioni, si trova a dovere affrontare le conseguenze spiacevoli di un episodio vittimizzante perpetrato a suo danno.
Dopodiché la vittima, soprattutto se non diventa protagonista, utilizzando strumentalmente la vicenda occorsa per trarne dei benefici, viene messa da parte e dimenticata. La vittimologia perciò restituisce dignità alle vittime.
La vittima non è esclusivamente la “persona offesa dal reato”, ma è una persona che soffre, che improvvisamente subisce una brusca interruzione del suo normale percorso di vita e deve, suo malgrado, fare i conti con una serie di problemi di non facile soluzione, in una realtà che adesso vive come estranea.
É importante perciò considerare anche che il rischio di vittimizzazione, secondo diversi orientamenti, non è equamente distribuito nella popolazione, ma è strettamente correlato ad alcune caratteristiche personali, individuali, sociali e psicologiche. Infatti la maggior parte degli studiosi che, nel corso degli anni, si è interessata a temi di natura vittimologica, ritiene che esistano delle caratteristiche che possano, in determinate circostanze, contribuire al precipitare degli eventi.
Sarebbero, infatti, alcune variabili individuali e sociali a condizionare il verificarsi dell’episodio criminoso e ad attirare fatalmente il responsabile a commettere il reato. Caratteristiche fisiologiche quali l’età e il genere, psicologiche come gli stati depressivi e psicopatologici, e sociali connesse all’ attività professionale e alla condizione economica possono avere un ruolo predominante nell’ eziologia del crimine.
La valutazione del rischio vittimologico consiste proprio nell’analisi delle predisposizioni dette vittimogene, che costituiscono un fattore di agevolazione del delitto, di incentivazione alla scelta della vittima o causa scatenante del crimine. Vi sono degli elementi oggettivi dunque che possono portare un individuo a divenire più facilmente vittima di aggressione violenta.
Così nel 1942 F.T. Jesse creò il sostantivo inglese “murderee” per indicare il soggetto che presenta una particolare predisposizione a divenire vittima di omicidio.
Il rischio di vittimizzazione permette di differenziare tre livelli:

  • basso rischio
  • medio rischio,
  • alto rischio, in funzione della probabilità d’essere oggetto di aggressione, in relazione alle
    caratteristiche della propria vita personale, professionale e sociale. Tipica vittima ad alto rischio è quella dedita alla prostituzione, per una serie di ovvie considerazioni: è costantemente esposta all’incontro con persone sconosciute, è impegnata in luoghi soventemente isolati sino ad ore tarde, è spesso in contatto con tossicodipendenti o spacciatori e la sua scomparsa può non essere tempestivamente rilevata. Viceversa, una vittima a basso rischio è il soggetto con stabile occupazione, amicizie solide, non viaggia solo, e non ha percorsi od orari prestabiliti. Vi sono poi elementi particolari che incrementano il rischio connesso allo stile di vita della potenziale vittima. Tali elementi includono stati emozionali caratteristici del soggetto, quali l’aggressività, la rabbia e l’esplosione di collera, l’impulsività, l’iperattività, la passività, la bassa autostima, il ritiro e l’isolamento. Si pensi per esempio al caso dell’individuo che, abitualmente soggetto a scoppi di collera si allontani per ore da casa e incontri il suo aggressore.
    Esaminando poi, il rischio legato alle modalità con cui il crimine viene commesso, quello che possiamo definire offender risk assume grande importanza nel criminal profiling, in quanto ci racconta in quale misura l’aggressore affronti incognite nel selezionare quel particolare tipo di vittima, in quel particolare momento e in quel particolare luogo.
    Mentre il modus operandi definisce ciò che il criminale pone in essere per portare a compimento con successo il proprio delitto, il modus operandi risk delinea i comportamenti messi in atto per ridurre il rischio di essere disturbato, ostacolato, o catturato. Il modus operandi risk tiene quindi conto della natura e dell’accuratezza della pianificazione del delitto, delle abilità dell’offender, degli accorgimenti precauzionali adottati, e in analogia con il fattore di rischio vittimologico, può essere definito modus operandi ad alto, medio, o basso rischio.
    Così negli ultimi anni vi è stato un interessamento crescente nei confronti di questa tematica, attraverso la pubblicazione di normative, raccomandazioni, istituzione di centri di supporto giungendo alla consapevolezza che lo studio della vittima, delle sue caratteristiche e il suo ruolo nella genesi del reato è di notevole importanza non solo in vista di una funzione riparativa, con lo scopo di riuscire a ridurre gli effetti dei danni fisici e psicologici cagionati alla vittima, grazie allo studio sugli effetti riscontrabili sia a breve che a lungo termine, ma anche e soprattutto per una funzione preventiva. L’esigenza è quella di ridurre il numero oscuro di reati, di riuscire ad individuare le circostanze contestuali nelle quali è più probabile essere vittimizzati : ciò sarà possibile farlo soltanto occupandoci delle specifiche caratteristiche bio-psico-sociali della vittima e del suo rapporto con l’aggressore.
    Ciò nonostante la strada da percorrere per la salvaguardia dei diritti inalienabili, per il rispetto assoluto durante tutte le fasi del procedimento penale, fin dai contatti iniziali con le forze dell’ordine, è ancora lunga.